All'inizio fu una scossa... #caritasimola40

A distanza di 40 anni dalla costituzione della nostra Caritas diocesana, abbiamo chiesto a uno dei primi volontari di allora, Saverio Orselli, di raccontarci come tutto è iniziato (foto di Paolo Gentili).

All’inizio fu una scossa… quarant’anni fa

di Saverio Orselli

 

23 novembre 1980. Alle 19:34 la terra, con violenza, aveva cercato di scrollarsi di dosso l’Irpinia lasciando sul campo quasi tremila morti e paesi distrutti. La macchina degli aiuti si era messa in moto, in alcuni casi, persino prima dell’arrivo dei primi soccorsi.

Nella nostra diocesi imolese era iniziato da poco tempo il cammino della Caritas diocesana – divenuta ufficiale solo nella primavera del 1981 – con il can. Antonio Meluzzi (per noi don Antonio) incaricato di dirigerla, e si stavano compiendo i primi passi per mettere insieme tutte le realtà impegnate nel volontariato, tra cui figurava anche il Gruppo dei Cappuccini di cui facevo parte, già abbastanza noto per le attività legate alle missioni, con le raccolte di materiali vari – dalla carta e gli stracci da rivendere a peso, ai medicinali da spedire in Africa – che avevo seguito personalmente sin dall’inizio, a metà anni ’70.

Convinto che non avesse senso cercare di portare aiuto alle zone terremotate a livello di singoli o di piccoli gruppi, all’indomani della terribile scossa andai in Vescovado, per assicurare al can. Meluzzi la partecipazione mia e del mio gruppo di amici. Ricordo che trovai il canonico in grande disagio, per la difficoltà di affrontare una così pesante prova sostanzialmente senza l’appoggio di persone in grado di proporre e realizzare i possibili progetti: di fronte alle catastrofi è relativamente facile raccogliere fondi, ma, senza i volontari che li trasformino in opere, i soldi servono a poco. La stessa struttura della Caritas diocesana fino a quel momento offriva poche certezze, perché si limitava a incontri tra rappresentanti di gruppi parrocchiali, associazioni e movimenti che avevano già attività proprie, di cui condividevano i risultati nelle rare riunioni comuni, una delle quali doveva svolgersi proprio nei giorni che precedevano il terremoto e che era stata rinviata per non sovrapporsi ad altre iniziative ritenute più importanti.   

Come me altri giovani e adulti appartenenti ad associazioni e movimenti, spinti dalla voglia di fare qualcosa, pensarono di rivolgersi alla Caritas diocesana perché fosse il centro di raccolta e aiuto. In particolare ricordo che ci trovammo con Giovanni Bettini di Comunione e Liberazione e Gianfranco Raffellini del Centro Missionario diocesano per cominciare il lavoro di raccolta e sensibilizzazione, innanzitutto della realtà ecclesiale. In pochissimo tempo riuscimmo a organizzare – allora non c’erano le forme di comunicazione attuali! – per la sera del 3 dicembre una affollatissima veglia di preghiera intitolata “Per una solidarietà che cambi la nostra vita”. Aderirono tutte le realtà ecclesiali, che risposero con una grande raccolta di aiuti da utilizzare per portare soccorso a Castelgrande, paese devastato in provincia di Potenza, a pochi chilometri dall’epicentro del sisma, dove aveva trovato la morte anche un vescovo, schiacciato dalle macerie della casa paterna che stava trasformando in una casa di accoglienza per persone anziane sole e asilo per piccoli orfani.

In poco tempo, sempre coinvolgendo un don Antonio sempre più appassionato ed entuasiasta del lavoro di gruppo, organizzammo la realizzazione di un prefabbricato che fungesse da chiesa e da luogo di raccolta della comunità. Allo stesso tempo avviammo la ricerca di roulotte per permettere a più famiglie possibile di affrontare il freddo invernale al coperto – Castelgrande è a quasi 1000 metri sul livello del mare e l’inverno è decisamente freddo – che furono inviate assieme ad altri aiuti: nel paese generi alimentari, coperte, materassi, scarpe, vestiti e, per le masserie di campagna, anche mangime e fieno per gli animali. Il prefabbricato, divenuto sempre più grande grazie ai fondi raccolti, tre mesi dopo il terremoto era montato e accoglieva al caldo, in una sala di quasi 200 metri quadrati, la comunità ancora ferita e a rischio di abbandono. Per cercare di evitare l’allontanamento, soprattutto delle persone che rappresentavano la forza lavoro, pensammo di portare, oltre agli aiuti di prima necessità, anche lavoro, coinvolgendo un maglificio imolese che – se ricordo bene – accolse due giovani castelgrandesi, per apprendere l’uso dei macchinari che acquistammo con gli aiuti della gente (venti milioni di lire!) e portammo a Castelgrande. Lì fu coinvolta la gioventù del luogo nella produzione di maglieria, organizzando, secondo il sistema più comune in Emilia-Romagna, una cooperativa dal nome evocativo, Il Gomitolo, composta da sole donne.

In poco tempo i viaggi Imola-Castelgrande si moltiplicarono rapidamente. Don Antonio era sempre disponibile a partecipare, nonostante gli acciacchi dell’età si facessero sentire in viaggi tanto lunghi e scomodi. Il numero dei volontari impegnati si allargava di giorno in giorno e, con loro, anche le serate di Consiglio per definire i progetti e nuove attività. Quante riunioni e quante discussioni! Tra le nuove attività una, in particolare, era giudicata con perplessità da don Antonio – come del resto da gran parte della popolazione italiana – e accettata solo dopo lunghe discussioni: l’obiezione di coscienza al servizio militare, che, dopo il riconoscimento ufficiale, stava facendo i primi passi a livello nazionale. Al primo obiettore assegnato alla Caritas diocesana e in servizio dalla fine di marzo 1981 presso l’Istituto delle Suore di Santa Teresa, ne seguirono molti altri, con il can. Meluzzi sempre più soddisfatto nel ruolo di “comandante in capo” di una piccola truppa molto efficiente e disponibile ad affrontare lavori pesanti, a contatto anche con disabilità e situazioni problematiche. Una piccola truppa di cui andava orgoglioso, perché spesso messa a confronto con altre meno utilizzate in attività impegnative e gratificanti da altri enti, che finivano per gettare discredito sulla stessa scelta dell’obiezione di coscienza.

Ogni nuova proposta che sottoponevamo a don Antonio e che poteva sembrare quasi una sfida, veniva affrontata come un impegno inderogabile dell’operatore della Carità. Così quando, assieme ad Alfredo che seguiva le famiglie nomadi, proponemmo a don Antonio di celebrare la Messa di Natale nel Campo nomadi di Imola nel lungofiume – prima che una discutibile ordinanza dell’Amministrazione comunale risolvesse “il problema zingari” vietando la sosta delle loro roulotte nel territorio cittadino – lui non si tirò indietro e accettò di celebrarla all’aperto senza badare al freddo e alla nebbia.   

Un altro ricordo vivo di quel periodo è legato a una data particolare, domenica 13 dicembre 1981, giorno in cui avevamo organizzato una giornata diocesana, all’Istituto Santa Teresa, per parlare di una nuova realtà che si andava costruendo: le Caritas parrocchiali. Avevamo lavorato intensamente, anche proponendo questionari ai parroci, per capire quali situazioni di bisogno andavano affrontate con urgenza (a don Antonio, paonazzo dalla rabbia, usciva il fumo dalle orecchie nel leggere risposte del tipo “nella mia parrocchia non ci sono situazioni di disagio”), come la presenza di ragazze madri abbandonate, famiglie povere prive di ogni cosa e bambini abbandonati a se stessi, anziani sempre più soli, che trovarono risposta nell’impegno di tante persone volontarie in tutta la diocesi. Pronte a portare aiuto anche oltre i confini locali, come la Polonia, che già da qualche mese cercavamo di sostenere con pacchi di aiuti, colpiti dall’esperienza di Solidarność. Così, quando arrivò, durante i lavori dell’assemblea, la notizia dell’arresto di Lech Wałęsa e della legge marziale imposta dal gen. Jaruzelski, ci sentimmo tutti disorientati, anche se l’impegno non venne meno. Anche nei confronti proprio della popolazione polacca, continuando l’invio di furgoni e TIR pieni di aiuti, per cui si pregava tanto per il viaggio di andata al di là della frontiera, quanto per quello di ritorno... In almeno un paio di quei viaggi, uno dei “trasportatori” era don Antonio. E oltre la Polonia, ci furono raccolte e invii di aiuti per il Libano, il Brasile, l’Etiopia, la Nigeria, l’Eritrea, il Vietnam, il Cile, il Salvador…

Il successo dell’obiezione di coscienza al servizio militare ci convinse ripetutamente a rilanciare quanto proponeva la Caritas italiana, che spingeva perché anche le ragazze scegliessero di dedicare un anno di volontariato civile femminile, ma non mi sembra di ricordare che la proposta risultasse molto coinvolgente.

Il lavoro si allargava sempre più e anche le realtà coinvolte erano tante, per cui nel marzo del 1982 pensammo di realizzare una prima versione del libretto “Conoscersi per volersi bene”, pubblicato nel maggio di quell’anno, nel quale raccogliemmo i riferimenti e le presentazioni delle varie organizzazioni diocesane impegnate nella carità e che avevano trovato nell’ufficio Caritas del vescovado – qualcuno lo definì simpaticamente “Lo sgabuzzino di Dio” – un luogo accogliente a cui fare riferimento, con l’ormai familiare a tutti can. Antonio Meluzzi, che guardava da dietro occhiali spessissimi.

Raccolte e distribuzione di aiuti, organizzazione di volontari e obiettori, convegni diocesani sui temi della solidarietà e del volontariato, corsi per operatori socio-sanitari: la storia della Caritas di quegli anni si farebbe decisamente lunga. Se ripenso oggi a quel periodo passato nel Consiglio della Caritas diocesana non posso che meravigliarmi, perché riuscimmo a fare davvero cose impensabili, molte delle quali sono sfuggite da queste riflessioni: me ne scuso con i diretti interessati che vi avevano investito una parte della vita. Sono convinto che le cose impensabili furono possibili soprattutto perché lavorammo insieme, fianco a fianco, pur provenendo da realtà diverse che spesso tra loro non andavano d’accordo su tutto… Così la soddisfazione è davvero tanta quando vedo l’importanza riconosciuta da tutti oggi alla nostra Caritas diocesana.